Sfiga: Sostantivo Femminile



Ci sono ansie che ti prendono un po', altre di più, altre un po' meno. Ecco, io quando vado in ospedale, specie se in quelli molto grandi, sopratutto se fuori è freddo, mi prende l'ansia della vita. Sento che il mio corpo è vicino ad altri corpi, un corpo in mezzo ad altri, di cui non si sa nulla. Intuisci dall'ambulatorio, dalle facce, dal tipo di età dei " pazienti", ma poco e niente di più. Il primo giorno che ho iniziato le analisi per l'intervento alla tiroide, ho pianto tanto. Io sono supersensibile ai rapporti tra le persone, sopratutto quando qualcuno è in inferiorità fisica ed emotiva. I medici che mi seguono abitualmente, e che seguono anche Amelia, io li apprezzo per la preparazione ma anche per l'empatia e il valore della persona che si vede, sì, si vede anche dai modi. In egual misura solitamente mi trovo bene anche con le/gli infermieri. Ma in ospedale, si sa, ti capita di tutto. Ed il personale brutto ( dentro ), incattivito e abbrutito poi rischia di mettere in ombra anche quello bello. La parte di luce di chi fa questo incredibile lavoro. Una infermiera che alla richiesta se puoi fare colazione ( perché sei in ipoglicemia ) ti dice: - faccia come le pare ! Ma che le devo dire io? - che valore umano ha ? Un'altra che ti dice: - allora? Ci muoviamo? Dammi i documenti, su! Con fare sgarbato come se le avessi appena fatto un torto, quindi, dicevamo, che valore ha ? Poco. Anche perché poi ti dimentichi di quella carina che ti ha donato mille premure e quell'altra che ti ha detto che tu e tuo marito siete una bella coppia e quindi sì, tutto andrà bene. E tu ridi perché anche se folle ti sembra umano e consolante. E non è una questione di essere in un ospedale piuttosto che in un altro, è come siamo noi. Come siamo diventati. In fila a visita, in batteria, con un numero diverso ogni giorno. E sei chiamato col numero per la privacy, si sa, eppure alla fine poi ti riduci a quello. E potrei raccontarne tante di quando sono stata in altri ospedali e sono stata trattata a volte benissimo a volte molto male da personale nervoso, stanco ed infastidito, totalmente ignaro del fatto che tu, lì, non sei certo per giocare. Troppe ore di lavoro, troppo logorio fisico e mentale a fronte di uno scarso stipendio. Tutto terribilmente comprensibile se non fosse che a farne le spese sia spesso il paziente che, non può fare altrimenti che rimanere lì e sottostare a questa egidia umana, oltre che a quella del proprio corpo. In entrambi i casi non puoi farci nulla e ci devi stare. Ed è in quel momento che io mi sento come se mi passassero una mano di carta vetrata su tutto il petto. Perché soffro fisicamente e psicologicamente. Quando mi sento in un ambiente ostile ma dove comunque sono costretta ad affidarmi. Quando mi capita questo sto molto male. Oggi, a differenza di ieri, invece, stavo meglio e mi sentivo più rilassata. Incominciavo a vedere la fine di questa brutta avventura e anche le persone intorno a me sembravano ed erano più cordiali e gentili. Mi sentivo ottimista! Quando, poi, l'anestesista ci ha chiamato in visita e ci ha detto che qualcosa nel mio sangue non andava ad Emiliano si è fermato il cuore. Dal suo corpo si sprigionava un inverno artico. E mentre io sentivo questo gelo alla mia sinistra , guardavo il medico per capire perché tra la parola " problema " e la spiegazione facesse trascorrere tutto quel tempo. Suspance allo stato puro. Una tipica tecnica teatrale. Ma in ospedale che cazz:*$?=,$£@&&%¥ c'entra ? La coagulazione del mio sangue è bassina e non posso operarmi se prima non faccio degli approfondimenti. Emiliano ricomincia a respirare. Io pure. In quei secondi lunghi, lunghi ho realizzato quanto sia eccezionale la mia capacità di incontrare beghe nelle beghe. Di essere formata da così tante parti di sfiga da avere paura a continuare a urlare al mondo di essere fortunata. Chissà che non porti sfiga pure quello! Che poi le cose si risolvono, sempre. In modo più o meno definitivo, si sa. Ma perché sempre tanta fatica? Ma nella mie vite precedenti ma quanto sarò stata stronza ? E, niente, domani dovevo avere l'intervento e invece adesso non è più sicuro se ci sarà. Sarà ad anno nuovo probabilmente. Gli anni dispari solitamente mi portano più fortuna. Solo a queste piccole, inutili cose posso attaccarmi ormai, ma, poteva andare peggio. No? Sì, Però che palle !

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Siamo Emiliano ed Elisa, un naturalista-cuoco e una mamma pittrice e diabetica. Abbiamo una bimba di due anni di nome Amelia anche lei con diabete e celiachia. Raccontiamo la vita da diabetici a diabetici e non e "Poteva andare Peggio" è il nostro progetto per sensibilizzare le persone su queste due patologie! I viaggi, il cibo, l'avventura ma anche le piccole magie quotidiane sono i nostri principali interessi.

 

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